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AS • Autofagia: cos'è e come attivarla con il digiuno intermittente

Autofagia: cos’è e come attivarla con il digiuno intermittente

AS • Autofagia: cos'è e come attivarla con il digiuno intermittente
Autofagia

La guida scientifica completa — dal Nobel 2016 alle ultime ricerche del 2025

Autofagia: i dati chiave

  • Premio Nobel — Yoshinori Ohsumi, Nobel per la Medicina 2016
  • Significato del termine — Dal greco: mangiare se stessi (auto = sé, phagein = mangiare)
  • Meccanismo scoperto — Anni ’90, poi definitivamente decodificato nel 2016
  • Studio umano più recente — The Journal of Physiology, maggio 2025
  • Protocollo più studiato — Digiuno intermittente 16/8 (time-restricted eating)
  • Effetto sulla longevità — Riduzione età biologica ~2,5 anni (Longo, Nature Comm. 2024)

Ogni giorno, nelle 37 trilioni di cellule del tuo corpo, si svolge un processo silenzioso e straordinario: le cellule identificano i propri componenti danneggiati, li smontano pezzo per pezzo e li riciclano per produrre energia o costruire strutture nuove. È come una squadra di operai interni che lavora di notte, quando la fabbrica è ferma.

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Questo meccanismo si chiama autofagia. E nel 2016, il biologo giapponese Yoshinori Ohsumi ha vinto il Premio Nobel per la Medicina proprio per averlo decodificato. Da allora la ricerca non si è più fermata — e oggi sappiamo che l’autofagia è uno dei meccanismi biologici più importanti per la prevenzione dell’invecchiamento, delle malattie neurodegenerative, metaboliche e oncologiche.

La notizia ancora più interessante è che possiamo attivarla. Con il digiuno. Con l’alimentazione. Con le scelte che facciamo ogni giorno.

Cos’è l’autofagia e perché ha “vinto” il Nobel?

Il termine autofagia viene dal greco: auto (sé stesso) e phagein (mangiare). Letteralmente: mangiare se stessi. Un nome che suona quasi inquietante, ma che descrive uno dei processi di pulizia più sofisticati che la natura abbia mai sviluppato.

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Yoshinori Ohsumi, professore presso il Tokyo Institute of Technology, ha lavorato per decenni per capire come funzionasse questo meccanismo a livello molecolare. I suoi esperimenti sui lieviti negli anni ’90 hanno identificato i geni che controllano l’autofagia — geni poi trovati identici anche nell’uomo. La scoperta ha aperto una finestra enorme sulla biologia dell’invecchiamento, sulle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson, sul cancro, sul diabete.

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Il comitato del Nobel ha motivato il premio con una frase che vale la pena leggere: Ohsumi ha scoperto e delineato i meccanismi che regolano l’autofagia, un processo fondamentale per degradare e riciclare i componenti cellulari. Un processo che, se funziona bene, ci mantiene in salute. Se si deteriora, apre la porta alle malattie croniche dell’invecchiamento.

Come funziona l’autofagia a livello cellulare?

Immagina la tua cellula come una città. Ogni giorno vengono prodotti rifiuti: proteine mal ripiegate, organelli esauriti, mitocondri non più efficienti, componenti danneggiati dallo stress ossidativo. Se questi rifiuti si accumulano, la città si ingolfa e smette di funzionare bene. Questo è esattamente quello che succede nelle malattie neurodegenerative: le proteine tossiche si accumulano nelle cellule cerebrali fino a distruggerle.

L’autofagia è il sistema di smaltimento rifiuti. Funziona così:

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  • La cellula identifica i componenti danneggiati da eliminare
  • Li avvolge in speciali vescicole chiamate autofagosomi — una sorta di sacchetti di raccolta differenziata
  • Gli autofagosomi si fondono con i lisosomi, che contengono enzimi digestivi
  • I componenti vengono scomposti nei loro elementi base (aminoacidi, acidi grassi, zuccheri)
  • Questi elementi vengono reintrodotti nel ciclo metabolico — riciclati per produrre energia o costruire nuove strutture

Le tre vie dell’autofagia

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La ricerca ha identificato tre forme principali di autofagia, con caratteristiche diverse:

  • Macroautofagia: la forma più studiata e più rilevante per la longevità. Smaltisce grandi strutture cellulare come organelli interi. È quella che si attiva con il digiuno.
  • Microautofagia: il lisosoma ingloba direttamente piccoli componenti cellulari. Processo continuo e basale.
  • Autofagia mediata da chaperone (CMA): selettiva per proteine specifiche marcate per la degradazione. Particolarmente importante nella risposta allo stress cellulare.

I due interruttori principali: mTOR e AMPK

La regolazione dell’autofagia dipende principalmente da due vie metaboliche che funzionano come interruttori opposti:

  • mTOR (mechanistic target of rapamycin): quando è attivo — in presenza di nutrienti abbondanti — inibisce l’autofagia. È il sensore dello stato nutrizionale della cellula. Quando mangi, mTOR dice alla cellula: non c’è bisogno di riciclare, arrivano risorse fresche.
  • AMPK (AMP-activated protein kinase): si attiva quando l’energia cellulare scarseggia — durante il digiuno o l’esercizio fisico intenso. AMPK promuove l’autofagia. È il segnale di emergenza che dice alla cellula: le risorse sono finite, attiva il riciclo interno.

A questi due si aggiungono le sirtuine — proteine deacetilasi NAD+-dipendenti che regolano l’autofagia in risposta al digiuno. Le sirtuine sono uno dei meccanismi molecolari più studiati nel campo della longevità, e la loro attivazione dipende in parte dalla disponibilità di NAD+ — un coenzima che diminuisce con l’età.

Qual è il legame tra autofagia e longevità?

Il legame tra autofagia e longevità è uno dei filoni di ricerca più attivi in biologia dell’invecchiamento. I dati degli studi sono inequivocabili: negli organismi in cui l’autofagia viene potenziata geneticamente, la durata della vita si allunga in modo significativo. Nei vermi C. elegans, nei moscerini della frutta, in tutti i modelli animali testati, una maggiore attività autofagica corrisponde a una vita più lunga e più sana.

Nell’uomo le evidenze dirette sono più complesse da raccogliere — non possiamo modificare geneticamente le persone per poi osservarle per decenni. Ma i dati indiretti sono molto suggestivi.

Il meccanismo dell’inflammaging

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Con l’invecchiamento, l’autofagia perde progressivamente efficienza. Le proteine danneggiate si accumulano nelle cellule invece di essere eliminate. I mitocondri difettosi proliferano invece di essere rimpiazzati. Questo accumulo di componenti cellulari deteriorati è uno dei meccanismi alla base dell’inflammaging l’infiammazione cronica di basso grado che caratterizza l’invecchiamento e che è associata alla maggior parte delle malattie croniche: cardiovascolari, neurodegenerative, metaboliche, oncologiche.

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Stimolare l’autofagia — con il digiuno, con l’esercizio fisico, con alcuni nutrienti — significa contrastare questo accumulo e rallentare il processo di invecchiamento cellulare.

I dati del Prof. Valter Longo

Il Prof. Valter Longo, direttore del Longevity Institute dell’Università della California del Sud, ha pubblicato su Nature Communications (2024) i risultati di studi clinici sulla dieta mima-digiuno: cinque giorni al mese di restrizione calorica controllata a base vegetale (800-1100 kcal al giorno). I partecipanti mostravano una riduzione dell’età biologica di circa 2,5 anni — con diminuzione del rischio di cancro, diabete e malattie cardiache indipendente dalla perdita di peso. Il meccanismo principale identificato è proprio l’attivazione dell’autofagia.

Come si attiva l’autofagia con il digiuno intermittente?

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Il digiuno è lo stimolo più potente e meglio documentato per l’attivazione dell’autofagia. La logica biologica è elegante: quando le risorse nutritive scarseggiano, la cellula non può permettersi di sprecare. Attiva il riciclo interno, smonta le strutture danneggiate e recupera materiale prezioso. È un meccanismo adattativo evolutivamente antichissimo — le cellule lo hanno sviluppato per sopravvivere ai periodi di carestia.

In condizioni normali, con pasti regolari ogni 3-4 ore, la via mTOR rimane costantemente attiva e l’autofagia è soppressa. Solo quando il livello di nutrienti — in particolare glucosio e aminoacidi — scende sufficientemente, mTOR si disattiva, AMPK si attiva e l’autofagia parte.

Lo studio del 2025 che cambia tutto

Uno studio rivoluzionario pubblicato su The Journal of Physiology nel maggio 2025 ha fornito la prima evidenza diretta che il digiuno intermittente a tempo ristretto può aumentare il flusso autofagico negli esseri umani. Era la grande lacuna della ricerca: fino ad allora, la maggior parte delle prove veniva da modelli animali o da misurazioni indirette.

Lo studio randomizzato controllato ha analizzato 121 persone con obesità, divise in tre gruppi: cure standard, restrizione calorica continua, e digiuno intermittente a tempo ristretto (iTRE). Il flusso autofagico è stato misurato attraverso biomarcatori specifici in campioni di tessuto muscolare. Dopo 6 mesi, il gruppo iTRE mostrava i livelli più elevati di autofagia. Per la prima volta, la scienza ha dimostrato direttamente che il digiuno intermittente attiva l’autofagia nell’uomo.

Quanto bisogna digiunare per attivare l’autofagia?

Questa è la domanda che mi viene posta più spesso. La risposta onesta è: non lo sappiamo con precisione assoluta, perché la ricerca è ancora in corso e le variazioni individuali sono significative. Ma possiamo tracciare una mappa temporale ragionevole basata sui dati disponibili.

  • 0-4 ore dopo il pasto: fase postassorbimento. L’organismo elabora i nutrienti dell’ultimo pasto. L’autofagia è soppressa da mTOR.
  • 4-8 ore: le riserve di glicogeno iniziano a diminuire. L’insulina scende. AMPK inizia ad attivarsi. L’autofagia basale aumenta leggermente.
  • 12-16 ore: con le riserve di glicogeno epatico quasi esaurite e l’insulina ai minimi, l’autofagia raggiunge livelli significativi. È la finestra temporale del protocollo 16/8.
  • 16-24 ore: autofagia pienamente attiva. L’organismo utilizza prevalentemente acidi grassi come fonte energetica. Aumenta la produzione di corpi chetonici — anch’essi stimolatori dell’autofagia.
  • 24-72 ore: autofagia massimale. Questa è la finestra del digiuno prolungato, con benefici potenzialmente maggiori ma anche rischi più elevati e necessità di supervisione medica.

Per la maggior parte delle persone sane, il protocollo 16/8 — 16 ore di digiuno e 8 ore di finestra alimentare — rappresenta il punto di equilibrio ottimale tra efficacia e sostenibilità a lungo termine.

Quali alimenti stimolano l’autofagia?

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Oltre al digiuno, la ricerca ha identificato alcuni composti alimentari in grado di attivare le vie molecolari dell’autofagia — in particolare inibendo mTOR o attivando AMPK e le sirtuine. Vengono chiamati caloric restriction mimetics: sostanze che mimano gli effetti metabolici del digiuno senza richiedere la privazione di cibo.

Spermidina

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È la sostanza più studiata in questo campo. Si tratta di una poliamina naturalmente presente in diversi alimenti che attiva direttamente l’autofagia attraverso meccanismi molecolari ben documentati. Il ricercatore Guido Kroemer — vincitore del premio internazionale Lombardia è Ricerca — ha identificato la spermidina come uno dei caloric restriction mimetics più promettenti.

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Alimenti ricchi di spermidina: germe di grano, funghi, soia e prodotti fermentati come il natto, formaggio stagionato, piselli, mais.

Resveratrolo

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Polifenolo presente nell’uva rossa, nel vino rosso e nei frutti di bosco. Attiva le sirtuine — in particolare SIRT1 — che regolano l’autofagia e altri meccanismi di longevità cellulare.

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Il meccanismo è simile a quello della restrizione calorica.

EGCG (tè verde)

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La catechina principale del tè verde inibisce mTOR e attiva AMPK, favorendo l’autofagia. Ha anche potenti effetti antinfiammatori e antiossidanti che si integrano con l’azione autofagica nel rallentare l’invecchiamento cellulare.

Curcumina

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Il principio attivo della curcuma attiva AMPK e inibisce mTOR con meccanismi ben documentati. La sua biodisponibilità aumenta significativamente se assunta con pepe nero (piperina). In cucina: curcuma + pepe nero in un golden milk serale è una combinazione semplice e efficace.

Polifenoli dell’olio extravergine d’oliva

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L’oleocantale e l’oleuropeina — i principali polifenoli dell’EVO — hanno dimostrato capacità di attivare l’autofagia in studi cellulari. Non è un caso che le popolazioni delle Blue Zones, grandi consumatrici di olio extravergine, mostrino marcatori di invecchiamento biologico significativamente più favorevoli.

Digiuno notturno: il protocollo più sottovalutato

C’è un protocollo autofagico che già pratichi ogni notte senza saperlo: il digiuno notturno. Se ceni alle 19:00 e fai colazione alle 7:00, hai già 12 ore di digiuno. Semplicemente estendendo questo intervallo — cenando prima o facendo colazione più tardi — puoi aumentare significativamente l’attivazione autofagica quotidiana senza alcun protocollo formale.

Come si fa il digiuno intermittente 16/8 nella pratica?

Il protocollo 16/8 è il più studiato, il più sostenibile e quello che consiglio più frequentemente nel mio lavoro di coach nutrizionale. Prevede 16 ore consecutive di digiuno e una finestra di alimentazione di 8 ore. Non richiede di contare calorie, non impone scelte alimentari particolari e si adatta alla maggior parte degli stili di vita.

Come scegliere la finestra alimentare

La finestra di 8 ore può essere posizionata in qualsiasi momento della giornata, ma la ricerca suggerisce che le finestre anticipate — che iniziano al mattino o a mezzogiorno — sono metabolicamente più vantaggiose rispetto a quelle tardive, per via dell’allineamento con il ritmo circadiano. Un esempio pratico:

  • Finestra alimentare 12:00-20:00: si salta la colazione, si pranza e si cena regolarmente. Il digiuno va dalle 20:00 alle 12:00 del giorno successivo.
  • Finestra 10:00-18:00: colazione tardiva, pranzo normale, cena anticipata. Ottima per chi lavora da casa o ha orari flessibili.
  • Finestra 8:00-16:00: la più allineata al ritmo circadiano ma la meno compatibile con la vita sociale serale.

Cosa si può assumere durante il digiuno

Durante le 16 ore di digiuno è consentito — e consigliato — bere: acqua (naturale o frizzante), tè verde o tè nero senza zucchero, caffè nero senza zucchero, tisane. Qualsiasi alimento che contenga calorie — anche minime — interrompe il digiuno e reimposta il contatore. Questo include: latte nel caffè, succhi di frutta, brodo con grassi, gomme da masticare con zucchero.

Come gestire i primi giorni

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I primi 3-5 giorni sono i più impegnativi. Il senso di fame nelle prime ore del mattino (per chi salta la colazione) è reale, ma tende a ridursi progressivamente. Il corpo si adatta in pochi giorni alla nuova finestra alimentare — perché la grelina (l’ormone della fame) è fortemente influenzata dall’abitudine oraria.

Consiglio pratico: inizia con un 14:10 per la prima settimana, poi passa gradualmente al 16:8. Questo rende la transizione molto più gestibile.

Per chi il digiuno intermittente non è adatto?

Il digiuno intermittente non è universalmente indicato. Come coach nutrizionale, questa è la parte a cui tengo di più: capire quando una pratica, pur efficace per molti, non è la scelta giusta per quella persona specifica.

Il digiuno intermittente è controindicato o richiede supervisione medica in questi casi:

  • Gravidanza e allattamento: il fabbisogno nutritivo aumenta significativamente e la restrizione non è appropriata
  • Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia, binge eating): il digiuno può reinforzare dinamiche psicologiche disfunzionali
  • Diabete di tipo 1 e alcune forme di diabete di tipo 2: la gestione della glicemia richiede un monitoraggio attento che va concordato con il medico
  • Ipoglicemia: i periodi di digiuno prolungato possono causare crolli glicemici pericolosi
  • Ernia iatale: il digiuno prolungato può aggravare i sintomi
  • Bambini e adolescenti in crescita: il fabbisogno nutrizionale in fase di sviluppo non è compatibile con restrizioni orarie
  • Persone con storia di disturbi ormonali o problemi di fertilità: la restrizione calorica può influenzare l’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio

Per tutti gli altri, il mio consiglio rimane sempre lo stesso: prima di iniziare qualsiasi protocollo di digiuno, fai una valutazione con un professionista della salute. Ognuno ha una storia metabolica diversa e ciò che funziona benissimo per una persona può non essere adatto a un’altra.

Cos’è l’autofagia in parole semplici?

L’autofagia è il processo con cui le cellule del corpo identificano i propri componenti danneggiati o non più efficienti — proteine mal ripiegate, mitocondri esauriti, organelli difettosi — li smontano e riciclano il materiale per produrre energia o costruire nuove strutture. È il sistema di pulizia e rigenerazione interna delle cellule. Yoshinori Ohsumi ha vinto il Nobel per la Medicina nel 2016 per averlo decodificato.

Quante ore bisogna digiunare per attivare l’autofagia?

L’autofagia inizia ad aumentare significativamente dopo circa 12-16 ore di digiuno, quando le riserve di glicogeno epatico si esauriscono e i livelli di insulina scendono. Il protocollo 16/8 (16 ore di digiuno, 8 ore di finestra alimentare) è quello più studiato e che ha mostrato attivazione autofagica diretta nell’uomo in uno studio pubblicato su The Journal of Physiology nel 2025. La variabilità individuale è significativa: alcune persone raggiungono livelli autofagici rilevanti già a 12-14 ore.

Il digiuno intermittente fa davvero ringiovanire le cellule?

La ricerca suggerisce di sì, anche se il termine ‘ringiovanire’ va usato con precisione. Quello che il digiuno intermittente fa — attraverso l’autofagia — è rimuovere l’accumulo di componenti cellulari danneggiati che caratterizza l’invecchiamento cellulare, migliorare la funzione mitocondriale e ridurre i marcatori dell’infiammazione cronica. Il Prof. Valter Longo ha dimostrato con la dieta mima-digiuno una riduzione dell’età biologica di circa 2,5 anni (Nature Communications, 2024).

L’autofagia protegge dal cancro?

Il rapporto tra autofagia e cancro è complesso e bidirezionale. In fase di prevenzione, un’autofagia efficiente rimuove le cellule danneggiate prima che possano trasformarsi in cellule tumorali — ed è per questo che una riduzione dell’autofagia legata all’invecchiamento è associata a un aumento del rischio oncologico. Una revisione pubblicata nel maggio 2025 ha discusso come il digiuno intermittente stia guadagnando interesse come strategia di supporto alla terapia del cancro, principalmente attraverso i suoi effetti sull’autofagia. Tuttavia, in alcune forme di cancro già sviluppate, l’autofagia può essere usata dalla cellula tumorale come meccanismo di sopravvivenza. Questo è un ambito di ricerca attivo e non ancora definitivamente risolto.

Si può attivare l’autofagia senza digiunare?

Sì, parzialmente. Alcuni composti alimentari — chiamati caloric restriction mimetics — sono in grado di attivare le stesse vie molecolari del digiuno (AMPK, sirtuine, inibizione di mTOR) senza richiedere la privazione di cibo. I più studiati sono la spermidina (presente nel germe di grano, funghi, natto), il resveratrolo (uva rossa, frutti di bosco), l’EGCG del tè verde e la curcumina della curcuma. L’esercizio fisico intenso attiva anch’esso AMPK e stimola l’autofagia. Detto questo, il digiuno rimane lo stimolo più potente e diretto.

L’autofagia può aiutare con il sovrappeso?

Indirettamente sì, attraverso diversi meccanismi. Il digiuno intermittente migliora la sensibilità insulinica, riduce i livelli di insulina basale e favorisce l’utilizzo dei grassi come fonte energetica. L’autofagia migliora la funzione mitocondriale, ottimizzando il metabolismo energetico. Uno studio pubblicato su Science Advances (2023) ha dimostrato che il digiuno intermittente migliora anche il microbiota intestinale — un fattore strettamente correlato al metabolismo e al peso. Tuttavia, per il dimagrimento il fattore principale rimane il bilancio calorico complessivo, non l’autofagia in sé.

È vero che il caffè interrompe il digiuno?

Il caffè nero senza zucchero o dolcificanti non interrompe il digiuno in modo significativo. Non contiene calorie rilevanti e non stimola la produzione di insulina in modo apprezzabile. Anzi, la caffeina attiva AMPK e può favorire modestamente l’autofagia. Il caffè con latte, panna, zucchero o dolcificanti caloriferi interrompe invece il digiuno perché stimola la risposta insulinica.

L’autofagia è uno dei meccanismi biologici più potenti che abbiamo a disposizione per rallentare l’invecchiamento cellulare — e il modo più semplice per attivarla è già nelle nostre abitudini quotidiane, se sappiamo come usarle.

Non serve un protocollo estremo. Basta allungare il digiuno notturno, scegliere consapevolmente alcuni alimenti, muoversi regolarmente. Sono le stesse strategie che le popolazioni longeve hanno praticato per secoli, inconsapevolmente. Oggi la scienza ci dice perché funzionano.

Il Nobel del 2016 ha messo l’autofagia al centro della ricerca biomedica. I dati del 2025 confermano che possiamo attivarla. Il resto dipende dalle scelte quotidiane.

Fonti scientifiche

1. Studio Longo — età biologica e dieta mima-digiuno (Brandhorst, Levine, Longo et al. — Nature Communications, 20 febbraio 2024)

2. Studio 2025 — prima evidenza diretta autofagia nell’uomo https://physoc.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1113/JP287734 (The Journal of Physiology, maggio 2025)

3. Nobel 2016 — Ohsumi e l’autofagia https://www.nobelprize.org/prizes/medicine/2016/ohsumi/facts/

4. Kroemer — caloric restriction mimetics e spermidina https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/alimentazione/il-segreto-della-longevita-e-nella-restrizione-calorica

5. Hosseini et al. 2024 — digiuno, sonno e benessere https://doi.org/10.3389/fnut.2023.1256101

6. Pietrocola et al. 2021 — diete mima-digiuno e geni autofagici nell’uomo https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33711263/

Disclaimer

Le informazioni contenute in questo articolo hanno esclusivamente scopo divulgativo ed educativo. Non costituiscono una prescrizione medica, una diagnosi, né un piano nutrizionale personalizzato. I contenuti di questo articolo non sostituiscono in alcun modo il parere del tuo medico di base o di uno specialista. Il digiuno intermittente e qualsiasi modifica significativa alle abitudini alimentari devono essere valutati con un professionista della salute, in particolare in presenza di patologie croniche, disturbi metabolici, disturbi del comportamento alimentare, gravidanza, allattamento o terapie farmacologiche in corso.

Prima di intraprendere qualsiasi protocollo di digiuno, consulta sempre il tuo medico.

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Articolo a cura di:

Patrizia Landini

Patrizia Landini è Giornalista di salute bioevolutiva, prevenzione e longevità. Fondatrice e direttrice di AltroStile.net, testata giornalistica registrata (Tribunale di Vicenza, n. 01/2023). Creatrice e conduttrice di Equilibri Umani – Conversazioni per un Nuovo Benessere (2 stagioni, 80 episodi), in onda su ANITA TV e AltroStile.net. Life Coach Neurorelazionale e Nutrizionale (SIAF L.4/2013) e autrice de Il Codice del Benessere Quotidiano (Amazon). Da oltre 25 anni si occupa di salute bioevolutiva, medicina integrativa, prevenzione, nutrizione e comunicazione digitale.
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