Solitudine: emergenza globale

Solitudine: 871.000 morti l’anno, danni paragonabili a 15 sigarette al giorno. Il Rapporto 2025 che cambia tutto, e cosa possiamo fare adesso.
Sommario
L’OMS ha pubblicato il 30 giugno 2025 il rapporto della WHO Commission on Social Connection, dichiarando la solitudine emergenza sanitaria globale.
- Una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine persistente. Tra i giovani (13–29 anni) la percentuale sale al 17–21%.
- La solitudine causa circa 871.000 morti premature ogni anno nel mondo (circa 100 decessi ogni ora), con rischi paragonabili al fumo di 15 sigarette al giorno.
- A livello neurobiologico, la solitudine cronica attiva l’asse HPA, eleva il cortisolo, genera infiammazione sistemica, danneggia la mielina e altera i circuiti dopaminergici della ricompensa.
- Negli anziani la solitudine aumenta il rischio di demenza del 50%, di malattie cardiovascolari del 30% e di mortalità per tutte le cause del 26%.
- In Italia il 36,2% del le famiglie è composto da persone sole (ISTAT 2025), quasi il 40% degli over 75 vive in solitudine, e circa 200.000 giovani vivono in ritiro sociale estremo (CNR 2025).
- L’Italia non ha ancora una politica nazionale strutturata sulla connessione sociale, a differenza di Regno Unito, Giappone, Germania, Svezia e Finlandia.
- L’OMS propone un piano d’azione su cinque pilastri: politiche pubbliche, ricerca, interventi mirati, misurazione (indice globale), mobilitazione pubblica.
- L’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA78, 2025) ha approvato la prima risoluzione sulla connessione sociale come priorità sanitaria globale.

C’è un numero che dovrebbe toglierci il sonno: 871.000. Sono le persone che ogni anno muoiono a causa della solitudine. Circa cento l’ora. Non per una pandemia, non per un batterio resistente, non per un conflitto armato. Muoiono perché sono sole. O meglio: perché si sentono sole, che è una cosa diversa e, per certi versi, ancora più insidiosa.
Lo dice il Rapporto della WHO Commission on Social Connection, pubblicato il 30 giugno 2025 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con un titolo che è già un manifesto: “From loneliness to social connection: charting a path to healthier societies”. Un documento di quasi 300 pagine che per la prima volta mette nero su bianco quello che chi si occupa di benessere sistemico sospettava da tempo: la connessione sociale non è un accessorio della vita, è un determinante fondamentale della salute. Al pari dell’alimentazione, del movimento, del sonno.

E io, che da trent’anni studio e racconto come il corpo, la mente e le relazioni siano un sistema unico e inscindibile, vi confesso che leggere questo rapporto mi ha fatto provare due cose insieme: la triste conferma di intuizioni profonde, e la preoccupazione urgente di chi sa che i numeri, da soli, non cambiano nulla se non li traduciamo in consapevolezza.
I numeri che non possiamo più ignorare

Partiamo dai dati, perché sono la base di tutto. Secondo il Rapporto OMS 2025, una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine in modo persistente. Tra i giovani dai 13 ai 29 anni, la percentuale sale fino al 21%. Nei Paesi a basso reddito si arriva al 24%, quasi una persona su quattro. L’isolamento sociale oggettivo colpisce fino a un anziano su tre e un adolescente su quattro.
Ma il dato che più colpisce è quello sulla mortalità: nel periodo 2014-2019, si stima che 871.000 decessi all’anno siano attribuibili alla solitudine. Un numero paragonabile a quello di molte malattie infettive globali.
La mancanza di connessioni sociali significative aumenta il rischio di morte prematura del 26% per la solitudine e del 29% per l’isolamento sociale. E qui arriva il paragone che ha fatto il giro del mondo: gli effetti della solitudine sulla salute sono equivalenti a fumare 15 sigarette al giorno, e sono peggiori di quelli dell’obesità e dell’inattività fisica.
Solitudine, isolamento, disconnessione

L’OMS in questo rapporto distingue tre concetti che nel linguaggio comune usiamo come sinonimi, ma che sono diversi.
La solitudine è un’esperienza soggettiva: è la percezione dolorosa di una discrepanza tra le relazioni che desideriamo e quelle che abbiamo. Possiamo sentirci soli in mezzo a cento persone. L’isolamento sociale, invece, è una condizione oggettiva: pochi contatti, poca partecipazione, assenza di reti. E poi c’è la connessione sociale, che è il concetto più ampio: comprende la struttura delle nostre relazioni (quante e quali), la loro funzione (che tipo di supporto ci danno) e la loro qualità (quanto ci fanno sentire visti, accolti, compresi).
Una persona può avere molti contatti sociali e sentirsi comunque profondamente sola.
Cosa succede al corpo quando siamo soli

Qui entriamo nel territorio che mi sta più a cuore, quello dove la scienza del benessere e la neurobiologia si incontrano. E quello che emerge dalla letteratura scientifica è impressionante.
Quando il cervello percepisce la solitudine come una condizione cronica, attiva una risposta di stress molto simile a quella che si innesca di fronte a un pericolo fisico. L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) va in iperattivazione, producendo livelli costantemente elevati di cortisolo. Non il picco sano che ci serve per svegliarci al mattino o reagire a un’emergenza, somiglia più a un flusso continuo che logora i tessuti dall’interno.

Il cortisolo cronicamente elevato fa danni a cascata. Sopprime la maturazione degli oligodendrociti, le cellule responsabili della produzione di mielina, la guaina isolante che permette ai neuroni di comunicare in modo rapido e sincronizzato. Senza mielina efficiente, il cervello rallenta. La memoria accusa dei vuoti. Le decisioni diventano più difficili.
Ma non finisce qui. La solitudine cronica aumenta l’espressione dei geni pro-infiammatori e riduce quella dei geni antivirali. In pratica, il sistema immunitario si riconfigura come se stesse combattendo un’infezione che non c’è, generando un’infiammazione cronica di basso grado che è il terreno fertile per malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, Alzheimer e depressione.
Sul piano neurochimico, la solitudine altera il circuito della ricompensa. Il pathway dopaminergico; quello che normalmente ci premia con una sensazione di piacere quando interagiamo positivamente con gli altri, si spegne. Il risultato è anedonia: perdita di motivazione, perdita di piacere, ritiro ulteriore. Un circolo vizioso.
E c’è un aspetto che trovo particolarmente significativo dal punto di vista neurorelazionale: le persone sole sviluppano un’iperattivazione dell’amigdala, diventando ipersensibili alla minaccia sociale. Interpretano più facilmente le espressioni facciali come ostili, percepiscono rifiuto dove non c’è, si ritirano di più. La solitudine, insomma, cambia letteralmente il modo in cui il cervello legge il mondo sociale, rendendo più difficile proprio ciò che servirebbe per uscirne.
La solitudine dei giovani

Se pensate che la solitudine sia un problema che riguarda solo gli anziani, i dati vi chiederanno di ripensarci. La ricerca mostra un andamento a U: due picchi di solitudine, uno nella fascia giovanile e uno in quella anziana, con una relativa protezione nella fascia centrale della vita.

Tra il 17 e il 21% dei giovani tra i 13 e i 29 anni si sente solo, con i tassi più alti tra gli adolescenti. In Italia, i dati sono ancora più preoccupanti: secondo studi del CNR pubblicati nel 2025, il 10% degli adolescenti italiani vive in una condizione di estremo ritiro sociale. Le stime più recenti parlano di circa 200.000 giovani che vivono quasi totalmente isolati nelle proprie stanze. Il 51,4% degli studenti italiani, secondo l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, soffre in modo ricorrente di stati di ansia o tristezza prolungata.

E il digitale? La tecnologia può proteggere dalla solitudine (pensiamo agli anziani che mantengono contatti attraverso le videochiamate, o ai migranti che restano connessi con le famiglie), ma può anche amplificarla, soprattutto tra gli adolescenti con un uso compulsivo dei social media. La domanda non è “la tecnologia fa bene o male?”, ma “quale uso ne facciamo, e quale bisogno relazionale stiamo cercando di soddisfare?”
L’Italia: tanta longevità, poca salute sociale
L’Italia è il Paese più vecchio dell’Unione Europea, con un’età media di 47,1 anni. Viviamo a lungo, record di speranza di vita, 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne, ma la speranza di vita in buona salute è ferma a 59,8 anni per gli uomini e 56,6 per le donne. Significa che viviamo più a lungo, ma trascorriamo una parte crescente della vecchiaia in condizioni di fragilità.
Il Rapporto ISTAT 2025 fotografa una situazione strutturale: il 36,2% delle famiglie italiane è composto da persone che vivono sole. Quasi il 40% degli over 75 vive in solitudine. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità (PASSI d’Argento) rivelano che il 14% degli anziani non ha avuto contatti con nessuno nella settimana precedente e il 73% non frequenta alcun luogo di aggregazione. Sei milioni e 875mila famiglie sono composte esclusivamente da persone over 65, e il 61% di queste sono persone sole.

E l’Italia, a differenza di Paesi come Regno Unito, Giappone, Germania, Svezia, Finlandia e Stati Uniti, non ha ancora una politica nazionale strutturata sulla connessione sociale. La solitudine non è comparsa tra gli indicatori dei Piani Regionali della Prevenzione 2020-2025. Esistono iniziative locali virtuose, patti di comunità, case di quartiere, progetti di aggregazione, ma mancano coordinamento, investimenti e visione d’insieme.
Le soluzioni esistono

L’OMS propone un piano d’azione globale articolato su cinque pilastri.
Primo: politiche pubbliche integrate, che coinvolgano sanità, scuola, trasporti, urbanistica e tecnologia. Otto Paesi hanno già adottato strategie nazionali specifiche. Secondo: ricerca scientifica, con investimenti in studi nazionali e internazionali per comprendere meglio il fenomeno.

Terzo: interventi efficaci e testati, dalla prescrizione sociale alla terapia cognitivo-comportamentale, adattati alle diverse fasce di età e ai gruppi più vulnerabili. Quarto: misurazione, con lo sviluppo di un indice globale di connessione sociale e raccolta dati regolare. Quinto: mobilitazione pubblica, con campagne di sensibilizzazione e piattaforme per la condivisione di buone pratiche tra Paesi.

Ma il punto più rivoluzionario del Rapporto è un altro: il ribaltamento della narrazione. La solitudine non è un fallimento individuale. Non è colpa di chi “non si sa relazionare”. È il prodotto di città disconnesse, lavori precari, istituzioni che non generano fiducia, servizi insufficienti, ritmi di vita che non lasciano spazio alle relazioni. La solitudine è politica. E richiede risposte politiche.
Cosa possiamo fare noi, adesso

Mentre aspettiamo le politiche strutturali (e facciamo bene a pretenderle), c’è molto che possiamo fare a livello individuale e comunitario. Ve lo dico da coach neurorelazionale, prima ancora che da giornalista.
La prima cosa è smettere di confondere l’essere soli con il sentirsi soli. La solitudine scelta, il tempo che ci prendiamo per stare con noi stessi, per riflettere, per ricaricarci, è un gesto di salute. La solitudine subita è un’altra cosa: è una ferita relazionale che ha bisogno di essere riconosciuta e curata.

La seconda è coltivare la qualità delle relazioni, non la quantità. Non è così importante avere tanti contatti, quanto relazioni in cui ci sentiamo visti, ascoltati, compresi. Una conversazione autentica vale più di cento like.

La terza è muoverci. Letteralmente. L’attività fisica di gruppo, una camminata, un corso, una pratica condivisa, unisce il beneficio del movimento a quello della connessione. Il corpo e la relazione si curano insieme.

La quarta è prestare attenzione ai segnali. Se notiamo che un familiare, un vicino, un collega si sta ritirando, non aspettiamo. Un buon gesto contro la solitudine è qualcuno che bussa alla porta e chiede “Come stai?” ascoltando davvero la risposta.

E la quinta, che mi sta particolarmente a cuore: impariamo a chiedere aiuto. La solitudine genera vergogna, e la vergogna genera silenzio. Rompere questo ciclo è un atto di coraggio e di intelligenza relazionale.
Una riflessione personale
Questo rapporto, oltre agli altri studi pubblicati, conferma qualcosa che sostengo da trent’anni: non esiste salute senza salute sociale. Il corpo non è una macchina isolata, è un sistema aperto che si nutre di relazioni tanto quanto di nutrienti.
Lo stress cronico della solitudine altera gli stessi assi neurobiologici che io studio nel coaching nutrizionale e neurorelazionale: il cortisolo che modifica il metabolismo, l’infiammazione che cambia l’assorbimento dei nutrienti, la dopamina che influenza le nostre scelte alimentari.
Tutto è connesso. E forse è proprio questa la lezione più grande di questo documento: ci ricorda che prenderci cura delle nostre relazioni non è un lusso, un optional, qualcosa che “faremo quando avremo tempo”. È medicina. È prevenzione. È vita.
La solitudine è davvero pericolosa per la salute?
Sì. Secondo meta-analisi su oltre 300.000 partecipanti, la solitudine cronica aumenta il rischio di morte prematura del 26%, con effetti paragonabili al fumo di 15 sigarette al giorno. Aumenta il rischio di demenza del 50%, di malattie cardiovascolari del 30% e di depressione in modo significativo.
Solitudine e isolamento sociale sono la stessa cosa?
No. La solitudine è un’esperienza soggettiva: ci si può sentire soli anche in compagnia. L’isolamento sociale è una condizione oggettiva di scarsità di contatti e relazioni. Entrambi hanno effetti negativi sulla salute, ma richiedono interventi diversi.
I social media peggiorano la solitudine?
Dipende dall’uso. La tecnologia può essere un ponte (per anziani, migranti, persone con disabilità) o un amplificatore di solitudine (uso compulsivo, soprattutto tra adolescenti). Il rapporto OMS invita a valutare la qualità dell’interazione, non solo la quantità.
Cosa fa l’Italia contro la solitudine?
Al momento, l’Italia non ha una politica nazionale strutturata sulla connessione sociale, a differenza di altri Paesi europei. Esistono iniziative locali meritorie ma mancano coordinamento e investimenti strutturali.
Cosa posso fare io nel mio quotidiano?
Coltivare relazioni autentiche, praticare attività di gruppo, prestare attenzione ai segnali di ritiro negli altri, chiedere aiuto quando serve, e distinguere la solitudine scelta (sana e rigenerante) dalla solitudine subita (che richiede intervento).
Fonti e approfondimenti
- WHO Commission on Social Connection — Rapporto integrale (2025)
https://www.who.int/groups/commission-on-social-connection/report
Il documento fondativo: 300 pagine di dati, analisi e raccomandazioni. Scaricabile in PDF (9,7 MB) con versioni in sei lingue.
- WHO — Comunicato stampa: Social connection linked to improved health
Sintesi ufficiale OMS con i dati chiave del rapporto: 871.000 morti/anno, 1 persona su 6, focus su giovani e Paesi a basso reddito.
- WHO Commission on Social Connection — Pagina ufficiale
https://www.who.int/groups/commission-on-social-connection
Hub della Commissione (2024–2026): aggiornamenti, infografiche, serie video sulle esperienze vissute.
- ISTAT — Rapporto annuale 2025
https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2025/Rapporto_Annuale_2025.pdf
Dati sulla struttura familiare italiana: 36,2% famiglie unipersonali, 40% over 75 soli, invecchiamento record.
- ISS — PASSI d’Argento: sorveglianza isolamento anziani
https://www.epicentro.iss.it/passi-argento
Sistema di sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità: 14% anziani senza contatti settimanali, 73% fuori da luoghi di aggregazione.
- WHA78 — Risoluzione sulla connessione sociale (2025)
Copertura della prima risoluzione OMS “Fostering social connection for global health”, con posizioni dei singoli Paesi.
- PMC — Hormonal and Behavioral Consequences of Social Isolation
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC12786008
Review scientifica: meccanismi neuroendocrini, disfunzione HPA, resistenza ai glucocorticoidi, pathway dopaminergico VTA-NAc.
- PMC — Affective Neuroscience of Loneliness
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9910279
- Università Cattolica — La solitudine, un’emergenza globale
https://centridiricerca.unicatt.it/polidemos-notizie-la-solitudine-un-emergenza-globale
Analisi approfondita del rapporto OMS 2025 con focus su soluzioni, infrastruttura sociale e ruolo della tecnologia.
- IBSA Foundation — L’epidemia della solitudine: una fragilità collettiva
https://www.ibsafoundation.org/it/blog/epidemia-della-solitudine-una-fragilita-collettiva
Dati europei (JRC 2022), prescrizione sociale, solitudine a U nelle fasce d’età, iniziative UK e Giappone.

Patrizia Landini
Patrizia Landini è Giornalista di salute bioevolutiva, prevenzione e longevità.
Fondatrice e direttrice di AltroStile.net, testata giornalistica registrata (Tribunale di Vicenza, n. 01/2023). Creatrice e conduttrice di Equilibri Umani – Conversazioni per un Nuovo Benessere (2 stagioni, 80 episodi), in onda su ANITA TV e AltroStile.net. Life Coach Neurorelazionale e Nutrizionale (SIAF L.4/2013) e autrice de Il Codice del Benessere Quotidiano (Amazon). Da oltre 25 anni si occupa di salute bioevolutiva, medicina integrativa, prevenzione, nutrizione e comunicazione digitale.
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